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Una pezza per i portici da Maria Piera D’Alessandro

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i Portici di L'Aquila, prima del sisma del 6 aprile 2009

i Portici di L'Aquila, prima del sisma del 6 aprile 2009

Il breve tragitto che separava casa mia dai Portici, 3-400 metri in tutto, aveva per me il sapore della libertà. Libertà dalla famiglia, libertà dalle incombenze scolastiche e libertà dal ruolo di figlia, di bambina ancora da proteggere e tenere d’occhio.

Lì, sotto i Portici, mi sentivo grande, indipendente, alla pari con tutti gli altri, con la fiumana di ragazzi e ragazze che ogni sera , e ogni giorno alla fine delle lezioni, vi si riversavano.
Insomma, quel breve tratto di “strada”, con negozi, bar e anche una chiesetta, era in realtà una scuola di vita. Lì ho (intra)visto i miei primi amorazzi, lì si sono infranti i miei sogni romantici da due cuori ed una capanna, lì ho pianto per il mio povero cuore da sedicenne spezzato e anche per un brutto voto a scuola.
Lì confabulavo con le amiche se “quello là” tanto carino non fosse un filino troppo grande per me!

I Portici, quindi, come viaggio iniziatico, di formazione: si entrava ragazzini e se ne usciva adulti. Si arrivava timidi ed insicuri, alla ricerca di una colonna a cui associarsi. Ogni colonna aveva il suo nome preso in prestito dal vicolo attiguo o dal negozio più vicino. E ad ogni colonna corrispondeva una “compagnia” di ragazzi con caratteristiche ben precise. Per tipologia di scuola, ambito sociale e/o politico ed età. Di solito ci si accodava a qualcuno che, benevolo, permetteva al nuovo arrivato di entrare nella compagnia. Una specie di presentazione ufficiale, come nei circoli più esclusivi. Poi, pian piano, da pulcini spaventati si guadagnava in sicurezza ed autorevolezza, all’interno di una invisibile, ma disciplinata “scala sociale” interna ad ogni compagnia. E con il passare degli anni, se si aveva la voglia e la costanza di rimanere sempre lì, si arrivava ad essere il punto di riferimento della colonna o del vicolo. Magari conosciuti e riconosciuti in tutta la “vasca” dei Portici. Insomma, si diventava una piccola celebrity!
Chiaramente alla sottoscritta non è mai accaduto! Io facevo parte della maggioranza silenziosa, quella che era contenta di stare lì, ma non aspirava alla celebrità. Anzi, più era invisibile e meglio stava!

Poi, ad un certo punto della tua storia, i Portici ti “sputavano” fuori: perchè a quel punto eri pronto per affrontare la vita, quella vera, senza che loro stessero lì a proteggerti, con il loro abbraccio rassicurante, perchè avevano esaurito il loro compito e, come una mamma benevola, ti accompagnavano con delicatezza verso l’età adulta che ti attendeva aldilà del Corso.

I Portici oggi  - foto di Anna Lordi

I Portici oggi - foto di Anna Lordi

Quel Corso che ora è lì, immobilizzato dalle transenne e imbracato dai puntellamenti. Con le vie laterali chiuse ed inaccessibili. Con i militari che gentilmente ma con fermezza lo presidiano e i cittadini che ostinatamente tornano lì, in mezzo al nulla, per fare le loro passeggiate fino a Piazza Duomo, dove c’è, ancora ferita, la Chiesa delle Anime Sante, emblema del terremoto. Ma proprio dai Portici si può percepire che gli aquilani non si sono arresi ed ancora sono lì, in attesa di riappropriarsi della città, quando sarà loro permesso. Lo si vede dalle chiavi delle case, che i cittadini del centro storico hanno appesa più di un anno fa, proprio sotto i Portici, e che toglieranno quando potranno tornare nelle loro abitazioni, ora inaccessibili o, in alcuni casi, da abbattere. Lo si vede dalle pezze colorate messe un po’ dappertutto proprio lì, grazie all’iniziativa Mettiamoci una Pezza, per ridare colore e vita alla città dell’Aquila. Iniziativa che ha riscosso un notevole successo, con 4000 pezze pervenute da tutto il mondo. Nel III anniversario del terremoto, questi piccoli capolavori fatti a maglia hanno decorato i Portici, la Piazza del Duomo ed altri luoghi simbolo di quella che fu la città pre-sisma.

Un modo di riprendersi il centro, anche solo per una giorno, anche solo simbolicamente.

pubblicato il 10 aprile 2012 su La Eco

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Una pezza per i Portici da Rita Biamonti

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i Portici prima del 6 aprile 2009

i Portici prima del 6 aprile 2009

Divento grande.
Le tute da ginnastica escono dalle palestre e diventano belle.  Capi d’abbigliamento che puoi indossare sotto i Portici.

Divento grande.
L’emozione dei primi appuntamenti, imparo un lessico lontano dalla piazzetta dei giochi, regole e linguaggio nuovo lo affronto come se niente fosse perchè ora è lì che devo trovare il mio posto.
Le lancette segnano le 16.30. Carnevale, scappi inseguita dai  manganelli pieni di carta o di acqua. Dentro e fuori di corsa, urla e risa.
A domani, ora si devo lasciare lo spazio ad altri.

Divento grande.
Una fila silenziosa di liceali segue un inconsapevole vecchietto. Rido ancora.
L’amore, gli sguardi, usa il passaggio dell’autobus per nascondersi. Spiritoso sì, molto spiritoso, begli amici che siete! Il coraggio di camminare la prima volta  mano per la mano.
Luglio è un deserto, Agosto si rianima. E’ arrivato Settembre, vai che si ricomincia.
Sposto in avanti le lancette. Ci vediamo domani.

i Portici oggi

i Portici oggi

Divento grande.
L’appartenenza politica. Ci si ferma e ci si appoggia,  solo a quella determinata colonna… il mio  compagno di banco si ferma qualche colonna più avanti. E’ tempo di riflettere sulla collocazione in classe dei posti a sedere.
Le domeniche pre-elettorali.

Passeggiano i candidati elegantemente vestiti con mogli al seguito, profumo e parrucchiere. Saluti e baci. Battute sagaci. Mani pulite.
Il vagone della metropolitana di superficie, parcheggiato davanti al cinema Rex, reliquia laica esposta al pubblico, lucida e pulita, arriva il progresso. Entrino signori, entrino…

Divento grande.
E’ sera.
Sagome di legno, una donna, un uomo…la città in cinema.
Ultimo spettacolo al cinema Olimpia, si gira l’angolo le saracinesche abbassate, poche persone, quel silenzio non fa paura.
Saltimbanchi e attori, universitari da tutta Europa.
La notte noir.

Ora il mio cane corre senza guinzaglio, entra ed esce da scatole di legno, i turisti camminano macchinetta al collo, commentano, lo sguardo sui muri.
I militari mi dicono signora richiami il suo cane lei lì non può andare.
Un dj urla la sua musica spostando un cursore, sbandieratori danzano sui tavoli.
Agosto finisce arriva Settembre, vai che si ricomincia?

Una pezza per i Portici da Alberto Gozzi

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L'Aquila, portici di corso Vittorio. Foto: Luca Del Monaco, Carsa Edizioni

L'Aquila, portici di corso Vittorio. Foto: Luca Del Monaco, Carsa Edizioni

«Che cosa faceva la sera del 23 maggio 1982?» «A che ora della sera? «Alle 20.15». «Ero sotto i portici» «Può affermarlo con sicurezza?» «Assolutamente» «Ha qualche testimone che lo può confermare?» «Sì, devo farle i nomi?» «Sarebbe meglio per lei» «Di tutti quanti?» «Sì»  «Allora facciamoci portare due caffè perché sono fra i centocinquanta e i duecento».

Poi si è alzato il vento, un’immensa macchina invisibile, che ha spazzato via dai portici i testimoni, i ragazzotti e le loro crestine di gel, le figliette con i rotolini di pelle appesi fuori dalla t-shirt, i vecchi che dicevano di attendere la morte come una liberazione – ma non era vero, non lo è mai, nessuno resiste al desiderio insano di vedere come andrà a finire (sempre allo stesso modo, ma non importa). Il vento della morte lo conoscevano, i passeggiatori dei portici, così come quello del tempo. Ogni sera ci si contava. Ogni sette sere qualcuno mancava. Ogni quindici sere. Ogni mese. Ogni tanto, diciamo, qualcuno non passava più. Malato? Forse. Partito? Improbabile: non ci si allontanava tanto facilmente da quella promenade coatta e dantesca – oppure: se qualcuno se ne andava, tornava quasi subito per raccontare i Paradisi che aveva visto negli altrove più fantasiosi proposti da un’offerta così globale da raggiungere perfino il popolo ammassato nei portici. Ma chi era partito rientrava. E se non si univa per più di dieci giorni alla carovana serale dei dannati-beati voleva dire che era morto.

Questi, gli effetti naturali del vento della storia e del tempo che agiscono combinandosi insieme, logorando e soffiando, estenuando prima per anni e subito dopo ramazzando via: netturbini insensibili come tutti gli alcolisti. È accettabile. Non c’è scelta – infatti i camminatori dei portici non protestavano, così come, in misura maggiore o minore, gli abitanti di altre geografie.

i Portici oggi

i Portici oggi

Ma è quel vento oscuro che non si riesce ad accettare, anonimo, arrogante e ottuso come un Capo di Gabinetto. Non figlio di quella Madre Terra che, secondo quanto si studia a scuola, dovrebbe rifornire gli umani di frutti, insalate varie, tenere erbette che alimentano ancor più teneri vitellini, cioè in pratica bistecchine, eccetera. Quale figlio? Questa volta mamma Terra, anziché partorire, ha emesso un peto distratto – immane, deflagrante e malevolo. Siamo molto oltre la decenza, moltissimo oltre la civile convivenza. Da lei, da mamma Terra, non ce lo saremmo aspettato. L’unica attenuante è che l’ha fatto senza accorgersene. Era notte, e può capitare che uno, rigirandosi, si rilassi un po’, anche un po’ troppo. Fra l’altro adesso mamma Terra, dopo la separazione da Urano, dorme da sola nel lettone coniugale, e si sa, senza l’inibizione del coniuge, è un attimo abbandonarsi alle sconvenienze.

Quella notte il popolo dei portici è scomparso. Dapprima è stato sollevato in verticale lungo la vertigine dell’Incredulità, poi durante la ricaduta al suolo è stato raccolto dal cucchiaio del Buio che l’ha riversato nell’imbuto del Freddo; di qui, dopo aver disceso il lungo viale del Non Sogno, è arrivato nel paese della Favola/Incubo, con le sue casette tirate su in ventiquattro ore con tecnica innovativa e implacabile: uno strato di parole, uno di euro e uno di irrisione.

È passato il tempo, e il popolo sogna, se ci riesce, le sue rituali processioni laiche ma quando qualche ardimentoso è andato in avanscoperta si è trovato di fronte a una lapide beffarda che l’ha indotto a ritornare indietro. C’è scritto: “Portici del Nulla”.

Una pezza per i Portici da Antonella Marinelli

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

E’ vero, può sembrare strano, ma c’è stato un periodo in cui se si voleva parlare con un amico lontano senza spendere una fortuna in gettoni telefonici (gettoni????? no, no, no, non divaghiamo, questa è uun’altra storia!!!) si prendeva carta e penna e si scriveva una lettera che poi si piegava accuratamente e si infilava in una busta, vi si incollava (anzi appiccicava con la saliva!!!!) il francobollo e si spediva alla buca delle lettere dell’ufficio postale situato a Piedi Piazza e, se tutto andava per il verso giusto, dopo 10 giorni circa ti arrivava la risposta!!!

Se, invece, il tuo amico era della tua città e avevi voglia di vederlo non dovevi fare altro che uscire di casa e prendere in considerazione l’idea di farti una bella e rilassante passeggiata “sotto i Portici”  e se non stava da Scataglini a prendere un caffè e a discutere di rugby, stava sicuramente alla vostra “colonna” insieme al resto della truppa!!!!

Poi per darsi appuntamenti, lasciare messaggi e avvisi c’era il fantastico cartellone dell’Orchestra Sinfonica Abruzzese ubicato al muro del palazzo della “Galvani” (che altro non è che il primo palazzo all’inizio del corso)….qualunque cosa volessi sapere su chiunque ti fermavi lì davanti e leggevi chi stesse dove e che cosa stesse facendo con chi…

Gli anni passano, i tempi cambiano, gli eventi catastrofici ci mettono del loro ed ora i Portici sono un insieme di bulloni di acciaio che sibilano quando vengono attraversati dal vento, ma siccome noi Aquilani siamo gente tosta non ci rassegnamo all’evidenza e, seppur rendendoci conto che nulla potrà essere più come prima, siamo intenzionati a dare nuova vita ai nostri Portici e, adottando un detto non mio pescato da un posto che non ricordo, “quando si ha un perché per vivere, si sopportano tutti i “come”!

Una pezza per i Portici da Giulio Rosati

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

Ci sono nato e ci ho vissuto sotto i Portici. Anzi, sopra. La città passava sotto i miei occhi, era normale. sempre meno di fretta, mano a mano che si consumava il giorno.

Studenti di corsa con lo zaino alle 8, verso il “Rex”, verso il “vicolo”, verso ogni scuola.

Cittadini al lavoro, in ritardo, da San Bernardino ai Quattro Cantoni, da sinistra a destra. e dalle sei, da aprile in poi, ragazzi, tanti.

Fidanzati, a baciarsi con ancora un po di sole a filtrare dallo scorcio di via Fortebraccio e a morire al Parco del Sole.

E poi gli “altri” Portici, quelli più belli e più lunghi.

Quelli del Convitto Nazionale, ci ho fatto le medie: uscire sotto quelle volte altissime era essersi liberati di un altro giorno di scuola. Si usciva letteralmente di corsa, a maggio era bellissimo, si volava. Non c’è più quella scuola. I Portici del Liceo Classico: ci sentivamo dei privilegiati a stare sotto i Portici..se pioveva, quando uscivi manco ti bagnavi. Era meglio, no? Non c’è più neanche quella scuola. E quella biblioteca…anni di università ancora a studiare sotto i Portici.

Colazione al bar? L’Eden, sotto i Portici. Anche quando facevi colazione ed invece saresti dovuto essere in classe…qualche anziano usciva dalla chiesetta, sempre sotto i Portici, con la sua scritta latina sulla porta che so a memoria e che fu forse la prima frase che tradussi in vita mia.

Sempre i madonnari davanti e sempre uno a terra con la mano tesa in cerca di elemosine.

Le sigarette a Morelli e la cioccolata alla Talmone.

E una vita vera, una vita fa, sotto i Portici più belli del mondo.

Una pezza per i Portici da Marianna

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

E sì, una pezza ai Portici dell’Aquila va messa. Ma una pezza bella grande e importante.

Come si faceva una volta, e qualcuno fa ancora, di mettere un centrino importante su un tavolo che magari non è più lucido e ha pure qualche buchetto di tarlo. Un centrino a riportare lo sguardo su qualcosa, evidentemente importante, indipendentemente dallo stato fisico del ‘cosa’. E con un vaso sopra, di fiori o di frutta, o di caramelle.

I Portici dell’Aquila servivano a riconoscersi.

A seconda dell’ora della giornata, spartivano i cittadini lungo il Corso in categorie e gruppi. Una funzione tutt’altro che estetica, un gioco sociale al quale nessuno sfuggiva. Regole implicite, dettate con semplicità dalla banale frequentazione quotidiana del centro storico e della sua via principale.

Sotto i Portici camminavano più donne che uomini, più famiglie con bambini che single, più anziani che giovani, più bambini che ragazzi. Quelli che avevano più fretta se era dopo le sette della sera, quelli che ne avevano meno se era di mattina. Quelli senza l’ombrello, quelli non ancora temprati al vento perennemente incanalato lungo il Corso, quelli più pensierosi, quelli che ancora non conoscevano le regole del gioco e temevano di sbagliare. Gli altri i Portici li fiancheggiavano, invadendo la strada, tenendo sempre d’occhio tra una colonna e l’altra chi ci fosse in giro.

Adesso sotto i portici fasciati, ingabbiati, irretiti tra tubi e teli di cantiere camminano i turisti, gli aquilani preferiscono la via larga e aperta e raramente gettano lo sguardo alle colonne. Tanto in giro non c’è nessuno da riconoscere.

Ci serve la pezza più colorata che c’è.

Una pezza per i Portici da Giusi Pitari

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

Sotto i Portici dell’Aquila, una sera, incontrai un ragazzo. Era una faccia nota, ma non riuscivo a ricordare. Mi si avvicinò e abbracciandomi forte mi disse «Giusi, che bello rivederti!».

Si trattava di un ragazzo che conobbi da bambina al mare, avevo persino una “cotta” per lui. Era di Foggia e si trovava a L’Aquila per frequentare l’ISEF. Mi riconobbe dal neo sulla bocca.

Ecco cosa erano i portici, il luogo dove potevi incontrare un amico dimenticato e ricucire ricordi, sensazioni e sogni di bambina.

Una pezza per i Portici da Maria Luisa Serripierro

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

Sono una “centrarola”. Per me la città comincia alla Fontana Luminosa e finisce alla Villa Comunale. E che volete…sono nata a Porta Leone, elementari a San Bernardino, medie alla Fontana Luminosa, liceo sotto i Portici, politica per il Corso, trasgressioni al vicolo del circoletto….che volete, i Portici e le sue colonne erano la ribalta. Ci arrivavo dai vicoli laterali come un attore quando esce dalla quinta e si trova a calpestare il palcoscenico.

Il mio palcoscenico da ragazza.

Timidissimi, a fare da nascondiglio a un amore non corrisposto. Arrabbiati, come sfondo di assemblee e manifestazioni e volantini e zoccoli e gonne a fiori e diffusione di stampa. E quando la digos passava e inquadrava tutte le facce nostre, sfrontati, appoggiati alla colonna all’angolo.

Mi piace percorrerli nella metà illuminata dal sole.

Ombelico pulsante, ritmato dal divieto dei miei genitori di frequentarli dopo le sette di sera e dalla mia testarda disobbedienza a quel divieto, quando scendeva la sera e tutta si accendeva, la vita assopita della provincia, un barlume di piccola, piccolissima mondanità da adolescente.

Allora erano anziani, autobus di linea (solo due, il 2S e il 2D), taxi, studenti, nullafacenti, signore a far la spesa. I tavolini del bar Scataglini, le bavaresi e i tramezzini con il fazzoletto umido sopra, per non far alzare gli angoli. Il Tambo. La chinetta a Centofanti.

Adesso non li guardo più, non li rifletto, non mi piace ricordare com’era prima. Vedo e non guardo la plastica da cantiere, i puntellamenti e tutto il resto.

Ma penso con un sorriso che nel 2010, da “adultaragazza” di mezza età, dopo il terremoto, fra le ferite e le macerie, sotto i Portici all’altezza del vecchio bar, nasceva in una sera di settembre, inaspettata, la mia nuova vita.

Un piccolo palco, ancora.

Una pezza per i Portici da Sandra Antonelli

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

Venerdì scorso avevamo lanciato “Una pezza per i Portici” per raccogliere anche le vostre “pezze di parole” dedicate ai Portici.

Abbiamo ricevuto questa “pezza” da Sandra Antonelli e, come promesso, la pubblichiamo.

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Una pezza per i Portici da Sandra Antonelli, L’Aquila

Si perdono nei più lontani ricordi, le lunghe file di colonne una dietro l’altra, nella pietra grigioperla alternata alla luce diafana della neve, o rosata della primavera.

Nei ricordi di bambina, quando da Via Roma, per mano con mamma e baldanzosa su per l’erta salita, andavo al mercato, alla Standa, in merceria a Piazza Palazzo o – raramente ma meravigliosamente – dalle Sorelle Fornari, due vecchiette raffinate che gestivano con grande signorilità il loro negozio di modiste su Corso Umberto.

Quando di corsa a perdifiato siamo andate da Ciocca Oreficeria a Piazza Palazzo, perché giocando col mercurio del termometro rotto il mio anellino e la fede nuziale di mamma erano diventati tutti neri….corsa quasi inutile: il mio anellino era svanito nel nulla e la fede di mamma salvata in extremis. Allora ho imparato che il mercurio sublima l’oro.

Quando ogni venerdì Santo andavamo tutti insieme a vedere la Processione del Cristo Morto…e poi la Perdonanza… e…. ogni scusa era buona, per andare su.

Nei ricordi – i più belli – di adolescente.

Quando prima delle 8 scendevo a capo piazza dall’autobus urbano per andare al liceo in Santa Maria di Farfa. E i Portici, quasi deserti a quell’ora, mi hanno riparato dalla pioggia, dalla neve. Ma mai dalla “bifera” (pozzin’accije) solo nostra, che frustava i vicoli del centro.

Anche adesso lo fa.

Ma non la sente nessuno.

E io non vado, per non sentirla.

Perché adesso si sente solo lei. Sinistra. Gelida. Regina macabra di ogni selciato.

I Portici fatti di corsa se l’autobus aveva tardato un po’, o c’era la neve. E attenta a non scivolare. Micidiali, se c’era la neve, così lustri e lisci.

Percorsi lentamente, guardando le vetrine, indugiando davanti agli LP di Di Bartolomeo, o i monticchietti di cioccolatini della Talmone.

Percorsi avanti e indietro ininterrottamente nei pomeriggi coi compagni di classe, tra una chiacchiera e una sigaretta, tra una risata e una sfoglia con la panna di Scataglini. E ogni gruppo aveva la sua colonna, sia sul Corso che su Via San Bernardino. E ogni colonna aveva il suo appuntamento, per ogni cosa: per il cinema, per il “club”, per il teatro o il concerto, per andare a comprare il regalo a qualcuno, per andare a studiare a casa di Maria. Per aspettare l’ora dell’autobus. E poi l’ora arrivava. E decidevi di prendere il successivo. Fino all’ultima corsa. Quella delle 20:35. Eravamo disposte anche a sentire una predica a sera, pur di rimanere ancora una “vasca”. E poi dall’autobus, che passava per il corso, fendendo il mare di teste, scrutavi i volti, i vestiti, alla ricerca di “lui”. Quello bello. Quello di cui ti eri innamorata solo incontrandolo sotto i Portici. E che non l’avrebbe mai saputo….

O quando quella volta che mi ero truccata per la prima volta a casa di Cinzia, non ti vado a incontrare papà…?!

E dove fuggire, se non sotto i Portici? Zigzagando tra una colonna e l’altra o infilando Via Tre Marie alla velocità della luce…

O quando passavamo le giornate a Piazzetta Nove Martiri, se avevamo fatto festa a scuola per non prendere tre a filosofia. Seduti sul muretto a chiacchierare e fumare.

Nei ricordi da grande. AI tempi dell’Accademia (di Belle Arti) che stava in Corso Vittorio Emanuele. E anche per andare là prendevo il bus. E scendevo sempre a capo piazza. E sempre i portici facevo, anche con la mia cartella 70×100 cm. Più grande di me, scomodissima. E poi a fine lezione andavo ad aspettare il bus per tornare a casa, alla CIT o di nuovo a capo piazza. Ore ad aspettare. Guardando la “fauna”. Ascoltando il brusìo incessante di migliaia di voci.

O durante la Fiera dell’Epifania. Quando i Portici diventavano il tunnel di fuga dalla bolgia strettissima tra una fila di bancarelle e l’altra. Per andare da Piazza Palazzo a Piazza Duomo senza metterci due ore potevi infilarti sotto i Portici, e correre, anche.

O quando dopo il lavoro a studio, con Fabrizio ogni sera c’era l’aperitivo da Nima Creperia. E poi l’autobus.

O quando mi sono innamorata del ragazzo sbagliato. E dall’autobus controllavo che la sua fidanzata stesse a spasso o ferma alla solita colonna, come ogni sera. Ed era ancora viva. Ogni sera. E qualche volta c’era pure lui, con lei.

O la volta che correndo come una matta sono uscita a proiettile sui Quattro Cantoni e mi sono letteralmente scontrata, ma forte quasi da cadere, con la mia migliore amica che a proiettile andava da Piazza Duomo all’Ospedale per la nascita del secondo nipotino. Non ci siamo neanche salutate. Ci siamo appoggiate alla colonna e abbiamo riso alle lacrime per dieci minuti.

Nei ricordi di mamma. Quando per anni ho lavorato a Kartoon, in pieno centro storico. Maledicendo quotidianamente la città senza parcheggi e asfissiata dal traffico delle ore di punta su, da e per  Viale Duca degli Abruzzi. Quando ogni mattina alle 11 il caffè si prendeva una volta al Muftì e una volta al Tropical, per non fare torto a nessuno. Quando tutti gli studenti erano i nostri migliori clienti. Quando sapevo tutto di tutto quello che succedeva in città, perché le locandine erano anche da noi. Quando ogni festa in discoteca la sapevamo in anteprima, perché eravamo noi a stampare gli inviti. Quando raccoglievamo i soldi per Emergency o Action Aid con la scatoletta di cartone sotto il nostro albero di Natale speciale. O raccoglievamo firme contro le pellicce, contro la guerra, contro le baleniere, contro i bambini soldato, contro le violazioni dei diritti umani. E ogni mattina era buona per andare – percorrendo i Portici – in Piazza al mercato. Fosse anche solo per due etti di mortadella, o un chilo di arance. O una maglia da tre euro di Rocco.

E la nostra strada, i tossici alla cantina (oggi mi mancano pure quelli…), l’eclissi di sole guardata attraverso un pezzetto di pellicola per i timbri.

Un centro storico vissuto intensamente, con le viscere attaccate ai sampietrini. Tutta la mia vita su quei sampietrini. E non solo la mia.

E quelli non si sono staccati, né rotti, né dispersi. Sono ancora là. Siamo ancora là. Tutti.

Non si direbbe, eh?

Il rimpianto più grande è che mia figlia non li vivrà, questi momenti. Lei si ricorderà solo un’adolescenza orrenda. Fatta di macerie, in tutti i sensi. Lei si ricorderà solo voci e suoni di centri commerciali e McDonalds.

Lei che già vive nell’era degli SMS e non delle parole e degli sguardi. Lei che passeggia su Facebook e non sui sampietrini.

Lei non ha una città da vivere come l’ho avuta io.

E non avrà questa città da ricordare.

Né da aspettare.