Una pezza per i Portici da Alberto Gozzi

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L'Aquila, portici di corso Vittorio. Foto: Luca Del Monaco, Carsa Edizioni

L'Aquila, portici di corso Vittorio. Foto: Luca Del Monaco, Carsa Edizioni

«Che cosa faceva la sera del 23 maggio 1982?» «A che ora della sera? «Alle 20.15». «Ero sotto i portici» «Può affermarlo con sicurezza?» «Assolutamente» «Ha qualche testimone che lo può confermare?» «Sì, devo farle i nomi?» «Sarebbe meglio per lei» «Di tutti quanti?» «Sì»  «Allora facciamoci portare due caffè perché sono fra i centocinquanta e i duecento».

Poi si è alzato il vento, un’immensa macchina invisibile, che ha spazzato via dai portici i testimoni, i ragazzotti e le loro crestine di gel, le figliette con i rotolini di pelle appesi fuori dalla t-shirt, i vecchi che dicevano di attendere la morte come una liberazione – ma non era vero, non lo è mai, nessuno resiste al desiderio insano di vedere come andrà a finire (sempre allo stesso modo, ma non importa). Il vento della morte lo conoscevano, i passeggiatori dei portici, così come quello del tempo. Ogni sera ci si contava. Ogni sette sere qualcuno mancava. Ogni quindici sere. Ogni mese. Ogni tanto, diciamo, qualcuno non passava più. Malato? Forse. Partito? Improbabile: non ci si allontanava tanto facilmente da quella promenade coatta e dantesca – oppure: se qualcuno se ne andava, tornava quasi subito per raccontare i Paradisi che aveva visto negli altrove più fantasiosi proposti da un’offerta così globale da raggiungere perfino il popolo ammassato nei portici. Ma chi era partito rientrava. E se non si univa per più di dieci giorni alla carovana serale dei dannati-beati voleva dire che era morto.

Questi, gli effetti naturali del vento della storia e del tempo che agiscono combinandosi insieme, logorando e soffiando, estenuando prima per anni e subito dopo ramazzando via: netturbini insensibili come tutti gli alcolisti. È accettabile. Non c’è scelta – infatti i camminatori dei portici non protestavano, così come, in misura maggiore o minore, gli abitanti di altre geografie.

i Portici oggi

i Portici oggi

Ma è quel vento oscuro che non si riesce ad accettare, anonimo, arrogante e ottuso come un Capo di Gabinetto. Non figlio di quella Madre Terra che, secondo quanto si studia a scuola, dovrebbe rifornire gli umani di frutti, insalate varie, tenere erbette che alimentano ancor più teneri vitellini, cioè in pratica bistecchine, eccetera. Quale figlio? Questa volta mamma Terra, anziché partorire, ha emesso un peto distratto – immane, deflagrante e malevolo. Siamo molto oltre la decenza, moltissimo oltre la civile convivenza. Da lei, da mamma Terra, non ce lo saremmo aspettato. L’unica attenuante è che l’ha fatto senza accorgersene. Era notte, e può capitare che uno, rigirandosi, si rilassi un po’, anche un po’ troppo. Fra l’altro adesso mamma Terra, dopo la separazione da Urano, dorme da sola nel lettone coniugale, e si sa, senza l’inibizione del coniuge, è un attimo abbandonarsi alle sconvenienze.

Quella notte il popolo dei portici è scomparso. Dapprima è stato sollevato in verticale lungo la vertigine dell’Incredulità, poi durante la ricaduta al suolo è stato raccolto dal cucchiaio del Buio che l’ha riversato nell’imbuto del Freddo; di qui, dopo aver disceso il lungo viale del Non Sogno, è arrivato nel paese della Favola/Incubo, con le sue casette tirate su in ventiquattro ore con tecnica innovativa e implacabile: uno strato di parole, uno di euro e uno di irrisione.

È passato il tempo, e il popolo sogna, se ci riesce, le sue rituali processioni laiche ma quando qualche ardimentoso è andato in avanscoperta si è trovato di fronte a una lapide beffarda che l’ha indotto a ritornare indietro. C’è scritto: “Portici del Nulla”.

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