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Il luogo

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…vieni c’è una casa nel bosco, il suo nome conosco, vuoi conoscerlo tu?…

ph A. De Tomassi

ph A. De Tomassi

Chi ci segue avrà notato che quando ci muoviamo non lo facciamo mai a caso ma per una strana alchimia troviamo sempre qualcuno o qualcosa di unico e prezioso.

Quasi guidate da uno spirito benevolo, intrecciamo storie e persone inaspettate, vive, che ci cambiano un po’la vita. Che ci piacciono tanto!

Come abbiamo raccontato, presentand31041_132384736777116_6899608_no il nuovo progetto, dal 21 agosto sino al 18 settembre, saremo ospiti dell’Associazione Culturale Casa degli Artisti di Sant’Anna del Furlo. Qui, Andreina De Tomassi e Antonio Sorace, hanno creato una residenza per artisti trasformando una dimora nata per gli operai dell’Enel, a servizio della diga, in un’officina creativa, bella e accogliente.

C’è di più. Questo sito naturale, un bosco pre-appenninico dove la vegetazione arborea autoctona sopravvive non contaminata, è diventato un museo all’aperto abitato da opere d’arte create intenzionalmente per essere lasciate esposte e soggette al variare delle stagioni e della natura che talvolta le ingloba, le arricchisce o le nasconde in un perpetuo dialogo silenzioso.

foto di luca zaro

ph di Luca Zaro

Land Art al Furlo è un’iniziativa a tema, siamo alla VII edizione, che richiama artisti di fama nazionale. Il tema scelto quest’anno ha come titolo “Totem scritture verticali” e già si alza il tasso di curiosità. Detto questo vogliamo ricordare che noi non partecipiamo al concorso, ma, grazie al vostro prezioso aiuto, lasceremo una testimonianza di quel curioso fenomeno che è Mettiamoci una Pezza, più facile a farsi che non a spiegarsi! Se vi dovesse capitare di passare da quelle parti andate a fare la Passeggiata di Arte e Natura ne vale veramente la pena. E questo è un buon consiglio, ve lo assicuro.

P.S.: siamo veramente orgogliose di aver conosciuto Andreina e Antonio, non potevamo non dirlo!

 

il progetto

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Una pezza di parole per L’Aquila da Giancarlo Pallotta

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chiosco di piazza San Bernardino con le nostre pezze

chiosco di piazza San Bernardino con le nostre pezze

 In questo chiosco, nei pressi del parco giochi di San Bernardino, abbiamo incontrato Giancarlo che ci ha fatto i complimenti per il nostro progetto ed ci ha chiesto come poteva partecipare. Gli abbiamo raccontato di come chi non sapeva usare ferri o uncinetto ha utilizzato un altro ferro corto: la penna. Oggi riceviamo la sua pezza di parole e volentieri la pubblichiamo. Grazie Giancarlo!

Riprendiamoci L’Aquila (Bella Mè !)

Gelate aquilane.

Non piove da mesi.

Non fa più la neve.

La terra è arida,

Fuma al mattino.

Solleva nubi…

Che un vento gelato

Va a diradare,

Supplendo a un inverno

Che forse… verrà!

Sono da solo.

Così mi pare.

Vorrei uscire!

Sentirmi vivo,

Cercare un mondo,

trovare un amico!

Ma dove vado

In questa città!?

Ferita,

Diversa,

Altra da me!

Che pur l’ho amata,

Che sento mia

Perché È mia.

Io l’ho creata!

A modo mio,

insieme agli amici,

che sono tanti!

Non è presunzione!

A volte subita.

Con allegria,

Con sogni veri,

rivoluzionari,

Quasi realtà.

Non ho rimpianti.

Sono vissuto.

Vorrei vedere

Vorrei sentire

Poter gioire!

Tutte stronzate

L’Aquila me?!…

Son solo e basta!

Intorno insiste

La saga cialtrona

Di gente mediocre

Senza passione

Non degna di me,

Non degna di Te.

Qualcuno che afferma:

“Non è colpa mé!”

“È colpa degli altri.

E il merito è mio.”

Un altro dice:

“L’avevo detto:

Fidate di me!”

Ma DAVVERO per Dio

Finirà così!?

Così come dicono,

Che in fondo,

A star buoni

A non romper maroni

RINASCERÁ?

Ho voglia di crederci!

Ma non so perché

Qualcosa si oppone.

Ingenuo non sono,

Coltivo speranze,

“me so fattu rossu”,

Penso tra me.

Sarà, forse,

che spero

In una città

Gonfia d’orgoglio,

Certa nel cuore,

Fatta di gente

Che ritrova fierezza,

Che non ne “Po’ più”?

Di cotante stronzate,

Mai digerite

Che si Alza e che Dice : RICOSTRUZIONE e… VIA L’INVASIONE!!!!

E così, finalmente, l’idiota si è palesato.

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la scalinata danneggiata

la scalinata danneggiata

Eravamo un po’ con il fiato sospeso, stupite e felici che nessuno avesse ancora fatto danni alle migliaia di pezze colorate che hanno reso la nostra piazza più bella, la nostra azione un simbolo.

Quelle pezze che hanno fatto avvicinare tanta gente mentre lavoravamo all’istallazione con le mani impiastrate di colla naturale (acqua e farina), per chiederci “che cosa state facendo” o semplicemente per dirci con un sorriso “grazie per quello che fate”. Le pezze di lana arrivate da tutta Italia per L’Aquila, arrivate da molte parti d’Europa e del mondo a dirci “non siete soli”, sono state rubate, strappate, divelte, scomposte.

Finalmente l’idiota è arrivato.

Ieri pomeriggio abbiamo notato che sulle bellissime cabine telefoniche sulle quali stiamo lavorando da quattro giorni, manca qualcosa. Erano cucite e incollate. Le hanno strappate e portate via.

una delle pezze mancanti della cabina telefonica

una delle pezze mancanti della cabina telefonica

La scala che dal Welcome Point porta all’ingresso dei tappeti mobili, al tunnel del mega parcheggio, la scala che è stata fotografata, ripresa, di cui si è scritto su centinaia di giornali nazionali e locali, che ha fatto il giro dei tg e dei settimanali, fatta e assemblata da ragazzi, ragazze, donne, nonne, aquilani e no, quella scala sulla quale si andavano a coccolare i fidanzati e ci si facevano pure le foto, è stata distrutta.

Che sia stata un’azione di “casapau”, un dispetto per la chiusura della campagna elettorale, etichettandoci, ancora una volta, sbagliando, legate ad un partito?

O forse saranno stati rumeni ubriachi? Così, tanto per farsi male da soli, auto celebrare e ribadire insulsi e razzisti luoghi comuni che vogliono lo straniero vandalo e cattivo.

le pezze strappate dall'edicola

le pezze strappate dall’edicola

Studenti universitari annoiati che hanno scelto le pezze d’arte più belle per arredare le mura di cartone delle loro stanze squallide?

Ragazzi della periferia, analfabeti e strafatti di chimica, con quelle belle creste in testa, i pantaloni il cui cavallo rasenta il marciapiede e gli occhialoni “finto carrera”?

Bulletti ancora spaventati dal terremoto?

Turisti del sisma, che vogliono riportare a casa macerie ad ogni costo e visto che non hanno potuto, in mancanza di morti e foto spettacolari, una pezza dall’Aquila se la sono riportata comunque?

Chi è stato in fondo non importa.
Insulso, come il gesto che ha compiuto.

Ci ha fatto incazzare però, e rende difficile denunciare lucidamente un gesto violento su quanto di meno violento esiste: la lana, i fili, le mani che impastano colla.

E gli occhi finalmente accesi delle migliaia di persone che hanno guardato la città colorata e insieme a noi hanno ricominciato a sperare.

Una pezza per i portici da Maria Piera D’Alessandro

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i Portici di L'Aquila, prima del sisma del 6 aprile 2009

i Portici di L'Aquila, prima del sisma del 6 aprile 2009

Il breve tragitto che separava casa mia dai Portici, 3-400 metri in tutto, aveva per me il sapore della libertà. Libertà dalla famiglia, libertà dalle incombenze scolastiche e libertà dal ruolo di figlia, di bambina ancora da proteggere e tenere d’occhio.

Lì, sotto i Portici, mi sentivo grande, indipendente, alla pari con tutti gli altri, con la fiumana di ragazzi e ragazze che ogni sera , e ogni giorno alla fine delle lezioni, vi si riversavano.
Insomma, quel breve tratto di “strada”, con negozi, bar e anche una chiesetta, era in realtà una scuola di vita. Lì ho (intra)visto i miei primi amorazzi, lì si sono infranti i miei sogni romantici da due cuori ed una capanna, lì ho pianto per il mio povero cuore da sedicenne spezzato e anche per un brutto voto a scuola.
Lì confabulavo con le amiche se “quello là” tanto carino non fosse un filino troppo grande per me!

I Portici, quindi, come viaggio iniziatico, di formazione: si entrava ragazzini e se ne usciva adulti. Si arrivava timidi ed insicuri, alla ricerca di una colonna a cui associarsi. Ogni colonna aveva il suo nome preso in prestito dal vicolo attiguo o dal negozio più vicino. E ad ogni colonna corrispondeva una “compagnia” di ragazzi con caratteristiche ben precise. Per tipologia di scuola, ambito sociale e/o politico ed età. Di solito ci si accodava a qualcuno che, benevolo, permetteva al nuovo arrivato di entrare nella compagnia. Una specie di presentazione ufficiale, come nei circoli più esclusivi. Poi, pian piano, da pulcini spaventati si guadagnava in sicurezza ed autorevolezza, all’interno di una invisibile, ma disciplinata “scala sociale” interna ad ogni compagnia. E con il passare degli anni, se si aveva la voglia e la costanza di rimanere sempre lì, si arrivava ad essere il punto di riferimento della colonna o del vicolo. Magari conosciuti e riconosciuti in tutta la “vasca” dei Portici. Insomma, si diventava una piccola celebrity!
Chiaramente alla sottoscritta non è mai accaduto! Io facevo parte della maggioranza silenziosa, quella che era contenta di stare lì, ma non aspirava alla celebrità. Anzi, più era invisibile e meglio stava!

Poi, ad un certo punto della tua storia, i Portici ti “sputavano” fuori: perchè a quel punto eri pronto per affrontare la vita, quella vera, senza che loro stessero lì a proteggerti, con il loro abbraccio rassicurante, perchè avevano esaurito il loro compito e, come una mamma benevola, ti accompagnavano con delicatezza verso l’età adulta che ti attendeva aldilà del Corso.

I Portici oggi  - foto di Anna Lordi

I Portici oggi - foto di Anna Lordi

Quel Corso che ora è lì, immobilizzato dalle transenne e imbracato dai puntellamenti. Con le vie laterali chiuse ed inaccessibili. Con i militari che gentilmente ma con fermezza lo presidiano e i cittadini che ostinatamente tornano lì, in mezzo al nulla, per fare le loro passeggiate fino a Piazza Duomo, dove c’è, ancora ferita, la Chiesa delle Anime Sante, emblema del terremoto. Ma proprio dai Portici si può percepire che gli aquilani non si sono arresi ed ancora sono lì, in attesa di riappropriarsi della città, quando sarà loro permesso. Lo si vede dalle chiavi delle case, che i cittadini del centro storico hanno appesa più di un anno fa, proprio sotto i Portici, e che toglieranno quando potranno tornare nelle loro abitazioni, ora inaccessibili o, in alcuni casi, da abbattere. Lo si vede dalle pezze colorate messe un po’ dappertutto proprio lì, grazie all’iniziativa Mettiamoci una Pezza, per ridare colore e vita alla città dell’Aquila. Iniziativa che ha riscosso un notevole successo, con 4000 pezze pervenute da tutto il mondo. Nel III anniversario del terremoto, questi piccoli capolavori fatti a maglia hanno decorato i Portici, la Piazza del Duomo ed altri luoghi simbolo di quella che fu la città pre-sisma.

Un modo di riprendersi il centro, anche solo per una giorno, anche solo simbolicamente.

pubblicato il 10 aprile 2012 su La Eco

La storia delle pezze di Pompieri senza frontiere

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Gabriella Pernaci (Scuola Media Vivaldi – Torino) e  Michele Sforza (Pompieri Senza Frontiere) ci hanno segnalato  un bellissimo video di loro produzione che racconta la storia delle 107 pezze che ci hanno inviato. E’ una testimonianza preziosa di come “Mettiamoci una pezza”, sia stato un progetto che ha messo in moto non solo la solidarietà per L’Aquila, che già è un risultato straordinario a tre anni dal sisma, ma soprattutto ha dato l’occasione di scambi ed incontri alle persone che hanno condiviso il nostro appello. Sarebbe bello raccogliere insieme a tutti voi le storie delle pezze che ci avete inviato e che, in parte, già trapelano dai messaggi allegati nei pacchetti. Che ne dite, ci mettiamo delle storie alle nostre pezze?

Mettiamoci una pezza from Pompieri Senza Frontiere on Vimeo.

Una pezza per i Portici da Guido

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i Portici prima del 6 aprile 2009

i Portici prima del 6 aprile 2009

Parlare dei Portici dell’Aquila significa parlare della città stessa. I Portici ne erano il nucleo, il fulcro, la vita, il luogo di animazione e di incontri. Vedere quel brulicare di gente che li affollavano due volte al giorno, a mezzogiorno ed alle sette la sera, significa ricordare il popolo che li viveva con le sue peculiarità e le sue contraddizioni: giovani ed anziani, snob e proletari, fascisti e comunisti.

Non frequentarli significava essere fuori della vita della città. Anche gli abitanti delle frazioni non disdegnavano una passeggiatina sotto i portici, almeno nel fine settimana. La presenza sotto i Portici ti omologava alla città, ti rendeva cittadino aquilano a tutti gli effetti.

Tanti i ricordi che si affollano della mia adolescenza vissuta anche sotto i Portici, e certamente quelli che più mi piace ricordare sono i ricordi d’amore, dei primi approcci con le ragazze. Nell’era pre-digitale, gli incontri si facevano a scuola, alla Villa Comunale e sotto i Portici; ci si andava per fare politica ma anche per incontrare qualche ragazza che ti piaceva, la osservavi passeggiare con le sue amiche e speravi che si fermasse alla tua colonna o che qualcuno dei tuoi amici la conoscesse.

I Portici del Liceo oggi

I Portici del Liceo oggi

Non sempre avevi il coraggio di presentarti, di fermarla e talvolta gli amori rimanevano incompiuti. Qualche volta, invece, l’amicizia già c’era ed allora si approfittava per fare qualche “vasca” insieme e insieme parlare del più e del meno: la scuola, l’impegno politico.

Non poteva che nascere sotto i Portici la prima iniziativa di impegno politico – sociale: il mercatino del libro usato.
Era un’attività che noi giovani di sinistra copiammo da altre città per dare un servizio agli studenti delle scuole superiori e perché serviva come autofinanziamento per i collettivi di sinistra. Quando le scuole iniziavano il 1 Ottobre, l’attività prendeva avvio a fine Agosto, primi di Settembre: si raccoglievano i libri usati e poi si mettevano in vendita su dei tavoloni di legno, ordinati per materia e per classe. Fu la mia prima esperienza organizzata: bisognava fare i turni dei volontari, tenere il registro dei libri ricevuti e di quelli venduti, tenere la cassa.

Quella esperienza la ricordo volentieri e con grande nostalgia anche perché lì conobbi la donna che più ho amato nella mia vita; un amore sopito per 30 anni e che si è ravvivato nella maturità così come un libro rimane su uno scaffale per anni in attesa di essere riletto.

E mo’ mettici ‘na pezza…

Una pezza per i Portici da Rita Biamonti

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i Portici prima del 6 aprile 2009

i Portici prima del 6 aprile 2009

Divento grande.
Le tute da ginnastica escono dalle palestre e diventano belle.  Capi d’abbigliamento che puoi indossare sotto i Portici.

Divento grande.
L’emozione dei primi appuntamenti, imparo un lessico lontano dalla piazzetta dei giochi, regole e linguaggio nuovo lo affronto come se niente fosse perchè ora è lì che devo trovare il mio posto.
Le lancette segnano le 16.30. Carnevale, scappi inseguita dai  manganelli pieni di carta o di acqua. Dentro e fuori di corsa, urla e risa.
A domani, ora si devo lasciare lo spazio ad altri.

Divento grande.
Una fila silenziosa di liceali segue un inconsapevole vecchietto. Rido ancora.
L’amore, gli sguardi, usa il passaggio dell’autobus per nascondersi. Spiritoso sì, molto spiritoso, begli amici che siete! Il coraggio di camminare la prima volta  mano per la mano.
Luglio è un deserto, Agosto si rianima. E’ arrivato Settembre, vai che si ricomincia.
Sposto in avanti le lancette. Ci vediamo domani.

i Portici oggi

i Portici oggi

Divento grande.
L’appartenenza politica. Ci si ferma e ci si appoggia,  solo a quella determinata colonna… il mio  compagno di banco si ferma qualche colonna più avanti. E’ tempo di riflettere sulla collocazione in classe dei posti a sedere.
Le domeniche pre-elettorali.

Passeggiano i candidati elegantemente vestiti con mogli al seguito, profumo e parrucchiere. Saluti e baci. Battute sagaci. Mani pulite.
Il vagone della metropolitana di superficie, parcheggiato davanti al cinema Rex, reliquia laica esposta al pubblico, lucida e pulita, arriva il progresso. Entrino signori, entrino…

Divento grande.
E’ sera.
Sagome di legno, una donna, un uomo…la città in cinema.
Ultimo spettacolo al cinema Olimpia, si gira l’angolo le saracinesche abbassate, poche persone, quel silenzio non fa paura.
Saltimbanchi e attori, universitari da tutta Europa.
La notte noir.

Ora il mio cane corre senza guinzaglio, entra ed esce da scatole di legno, i turisti camminano macchinetta al collo, commentano, lo sguardo sui muri.
I militari mi dicono signora richiami il suo cane lei lì non può andare.
Un dj urla la sua musica spostando un cursore, sbandieratori danzano sui tavoli.
Agosto finisce arriva Settembre, vai che si ricomincia?

Una pezza per i Portici da Alberto Gozzi

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L'Aquila, portici di corso Vittorio. Foto: Luca Del Monaco, Carsa Edizioni

L'Aquila, portici di corso Vittorio. Foto: Luca Del Monaco, Carsa Edizioni

«Che cosa faceva la sera del 23 maggio 1982?» «A che ora della sera? «Alle 20.15». «Ero sotto i portici» «Può affermarlo con sicurezza?» «Assolutamente» «Ha qualche testimone che lo può confermare?» «Sì, devo farle i nomi?» «Sarebbe meglio per lei» «Di tutti quanti?» «Sì»  «Allora facciamoci portare due caffè perché sono fra i centocinquanta e i duecento».

Poi si è alzato il vento, un’immensa macchina invisibile, che ha spazzato via dai portici i testimoni, i ragazzotti e le loro crestine di gel, le figliette con i rotolini di pelle appesi fuori dalla t-shirt, i vecchi che dicevano di attendere la morte come una liberazione – ma non era vero, non lo è mai, nessuno resiste al desiderio insano di vedere come andrà a finire (sempre allo stesso modo, ma non importa). Il vento della morte lo conoscevano, i passeggiatori dei portici, così come quello del tempo. Ogni sera ci si contava. Ogni sette sere qualcuno mancava. Ogni quindici sere. Ogni mese. Ogni tanto, diciamo, qualcuno non passava più. Malato? Forse. Partito? Improbabile: non ci si allontanava tanto facilmente da quella promenade coatta e dantesca – oppure: se qualcuno se ne andava, tornava quasi subito per raccontare i Paradisi che aveva visto negli altrove più fantasiosi proposti da un’offerta così globale da raggiungere perfino il popolo ammassato nei portici. Ma chi era partito rientrava. E se non si univa per più di dieci giorni alla carovana serale dei dannati-beati voleva dire che era morto.

Questi, gli effetti naturali del vento della storia e del tempo che agiscono combinandosi insieme, logorando e soffiando, estenuando prima per anni e subito dopo ramazzando via: netturbini insensibili come tutti gli alcolisti. È accettabile. Non c’è scelta – infatti i camminatori dei portici non protestavano, così come, in misura maggiore o minore, gli abitanti di altre geografie.

i Portici oggi

i Portici oggi

Ma è quel vento oscuro che non si riesce ad accettare, anonimo, arrogante e ottuso come un Capo di Gabinetto. Non figlio di quella Madre Terra che, secondo quanto si studia a scuola, dovrebbe rifornire gli umani di frutti, insalate varie, tenere erbette che alimentano ancor più teneri vitellini, cioè in pratica bistecchine, eccetera. Quale figlio? Questa volta mamma Terra, anziché partorire, ha emesso un peto distratto – immane, deflagrante e malevolo. Siamo molto oltre la decenza, moltissimo oltre la civile convivenza. Da lei, da mamma Terra, non ce lo saremmo aspettato. L’unica attenuante è che l’ha fatto senza accorgersene. Era notte, e può capitare che uno, rigirandosi, si rilassi un po’, anche un po’ troppo. Fra l’altro adesso mamma Terra, dopo la separazione da Urano, dorme da sola nel lettone coniugale, e si sa, senza l’inibizione del coniuge, è un attimo abbandonarsi alle sconvenienze.

Quella notte il popolo dei portici è scomparso. Dapprima è stato sollevato in verticale lungo la vertigine dell’Incredulità, poi durante la ricaduta al suolo è stato raccolto dal cucchiaio del Buio che l’ha riversato nell’imbuto del Freddo; di qui, dopo aver disceso il lungo viale del Non Sogno, è arrivato nel paese della Favola/Incubo, con le sue casette tirate su in ventiquattro ore con tecnica innovativa e implacabile: uno strato di parole, uno di euro e uno di irrisione.

È passato il tempo, e il popolo sogna, se ci riesce, le sue rituali processioni laiche ma quando qualche ardimentoso è andato in avanscoperta si è trovato di fronte a una lapide beffarda che l’ha indotto a ritornare indietro. C’è scritto: “Portici del Nulla”.

Una pezza per i Portici da Antonella Marinelli

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

E’ vero, può sembrare strano, ma c’è stato un periodo in cui se si voleva parlare con un amico lontano senza spendere una fortuna in gettoni telefonici (gettoni????? no, no, no, non divaghiamo, questa è uun’altra storia!!!) si prendeva carta e penna e si scriveva una lettera che poi si piegava accuratamente e si infilava in una busta, vi si incollava (anzi appiccicava con la saliva!!!!) il francobollo e si spediva alla buca delle lettere dell’ufficio postale situato a Piedi Piazza e, se tutto andava per il verso giusto, dopo 10 giorni circa ti arrivava la risposta!!!

Se, invece, il tuo amico era della tua città e avevi voglia di vederlo non dovevi fare altro che uscire di casa e prendere in considerazione l’idea di farti una bella e rilassante passeggiata “sotto i Portici”  e se non stava da Scataglini a prendere un caffè e a discutere di rugby, stava sicuramente alla vostra “colonna” insieme al resto della truppa!!!!

Poi per darsi appuntamenti, lasciare messaggi e avvisi c’era il fantastico cartellone dell’Orchestra Sinfonica Abruzzese ubicato al muro del palazzo della “Galvani” (che altro non è che il primo palazzo all’inizio del corso)….qualunque cosa volessi sapere su chiunque ti fermavi lì davanti e leggevi chi stesse dove e che cosa stesse facendo con chi…

Gli anni passano, i tempi cambiano, gli eventi catastrofici ci mettono del loro ed ora i Portici sono un insieme di bulloni di acciaio che sibilano quando vengono attraversati dal vento, ma siccome noi Aquilani siamo gente tosta non ci rassegnamo all’evidenza e, seppur rendendoci conto che nulla potrà essere più come prima, siamo intenzionati a dare nuova vita ai nostri Portici e, adottando un detto non mio pescato da un posto che non ricordo, “quando si ha un perché per vivere, si sopportano tutti i “come”!

Una pezza per i Portici da Giulio Rosati

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

Ci sono nato e ci ho vissuto sotto i Portici. Anzi, sopra. La città passava sotto i miei occhi, era normale. sempre meno di fretta, mano a mano che si consumava il giorno.

Studenti di corsa con lo zaino alle 8, verso il “Rex”, verso il “vicolo”, verso ogni scuola.

Cittadini al lavoro, in ritardo, da San Bernardino ai Quattro Cantoni, da sinistra a destra. e dalle sei, da aprile in poi, ragazzi, tanti.

Fidanzati, a baciarsi con ancora un po di sole a filtrare dallo scorcio di via Fortebraccio e a morire al Parco del Sole.

E poi gli “altri” Portici, quelli più belli e più lunghi.

Quelli del Convitto Nazionale, ci ho fatto le medie: uscire sotto quelle volte altissime era essersi liberati di un altro giorno di scuola. Si usciva letteralmente di corsa, a maggio era bellissimo, si volava. Non c’è più quella scuola. I Portici del Liceo Classico: ci sentivamo dei privilegiati a stare sotto i Portici..se pioveva, quando uscivi manco ti bagnavi. Era meglio, no? Non c’è più neanche quella scuola. E quella biblioteca…anni di università ancora a studiare sotto i Portici.

Colazione al bar? L’Eden, sotto i Portici. Anche quando facevi colazione ed invece saresti dovuto essere in classe…qualche anziano usciva dalla chiesetta, sempre sotto i Portici, con la sua scritta latina sulla porta che so a memoria e che fu forse la prima frase che tradussi in vita mia.

Sempre i madonnari davanti e sempre uno a terra con la mano tesa in cerca di elemosine.

Le sigarette a Morelli e la cioccolata alla Talmone.

E una vita vera, una vita fa, sotto i Portici più belli del mondo.