Una pezza per i Portici da Giulio Rosati

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

Ci sono nato e ci ho vissuto sotto i Portici. Anzi, sopra. La città passava sotto i miei occhi, era normale. sempre meno di fretta, mano a mano che si consumava il giorno.

Studenti di corsa con lo zaino alle 8, verso il “Rex”, verso il “vicolo”, verso ogni scuola.

Cittadini al lavoro, in ritardo, da San Bernardino ai Quattro Cantoni, da sinistra a destra. e dalle sei, da aprile in poi, ragazzi, tanti.

Fidanzati, a baciarsi con ancora un po di sole a filtrare dallo scorcio di via Fortebraccio e a morire al Parco del Sole.

E poi gli “altri” Portici, quelli più belli e più lunghi.

Quelli del Convitto Nazionale, ci ho fatto le medie: uscire sotto quelle volte altissime era essersi liberati di un altro giorno di scuola. Si usciva letteralmente di corsa, a maggio era bellissimo, si volava. Non c’è più quella scuola. I Portici del Liceo Classico: ci sentivamo dei privilegiati a stare sotto i Portici..se pioveva, quando uscivi manco ti bagnavi. Era meglio, no? Non c’è più neanche quella scuola. E quella biblioteca…anni di università ancora a studiare sotto i Portici.

Colazione al bar? L’Eden, sotto i Portici. Anche quando facevi colazione ed invece saresti dovuto essere in classe…qualche anziano usciva dalla chiesetta, sempre sotto i Portici, con la sua scritta latina sulla porta che so a memoria e che fu forse la prima frase che tradussi in vita mia.

Sempre i madonnari davanti e sempre uno a terra con la mano tesa in cerca di elemosine.

Le sigarette a Morelli e la cioccolata alla Talmone.

E una vita vera, una vita fa, sotto i Portici più belli del mondo.

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  1. Caro Giulio (posso scrivere così, anche se non ti conosco?),
    “una vita vera, una vita fa”, scrivi tu, e quello che mi colpisce leggendo tutte queste pezze di parole è che tutti quanti raccontate momenti di vita quotidiana, momenti, se mi passi la parola, “banali”, ma per questo essenziali. Se ci pensiamo bene, il 99,999… per cento delle nostre vite è fatto di esperienze banali, ma è il loro stare in fila una dietro l’altra, come perle di una collana, che alla fine dà senso alla nostra vita e che rende la vita di ognuno, unica. E ancora più importante è che quelle esperienza “banali” siano condivise, con gli amici, gli amori, i conoscenti, i concittadini, anche quelli sconosciuti. È questo alla fine che crea una comunità.
    Possibile che chi ha la responsabilità di ricostruire non provi quello che provate voi e non abbia il desiderio, non senta l’imperativo categorico, di recuperare tutto quanto?

    • Marina…la tua domanda finale è tanto seria e sincera per te quanto ormai ridicola e retorica per noi. la risposta è si, è possibile. a partire dal fatto che ancora non si capisce bene CHI ha la responsabilità di ricostruire, innanzi tutto. nessuno la vuole credo, è troppo grossa..è un rimpallo di responsabilità, di competenze, di fastidi, che solo la mafia può prendersi senza battere ciglio..e ci sta provando, tra l’altro, strenuamente combattuta dalle istituzioni della Repubblica, però. abbiamo avuto fino a pochi mesi fa un governo che ha scoperto l’esistenza della città, e forse anche della regione, proprio a causa del sisma. che è arrivato in forze a dire qualunque cosa, a fare un miliardo di promesse, a consolare i superstiti, e l’unica cosa che ha fatto è stata imbastire una struttura di commissari, sotto commissari, vice commissari, una rete di consorzi, uffici, procedure, talmente farraginosa e complicata che solo uno sciocco non vede che sta li apposta per creare immobilità. e l’ha creata infatti. L’ex premier credeva che l’aquila sarebbe diventata il suo nuovo giocattolo, che gli avrebbe ridato in un colpo lustro, credibilità e fascino ed invece è stata uno dei suoi boia. e questo serva per chi crede che si può giocare con gli esseri umani, soprattutto quando soffrono. il nuovo governo…bè non è certo nato per distribuire denari…sembra però più serio…vediamo che succede. intanto sono passati tre anni. ed i portici stanno ancora li..un po puntellati..un po sbilenchi, ma sempre i più belli del mondo.

      • Giulio, la mia domanda in realtà era retorica anche per me. Non conosco L’Aquila, ci verrò per la prima volta giovedì, per l’esposizione delle pezze, perché voglio vedere con i miei occhi, ma da parecchio tempo seguo le vicende del post-terremoto attraverso ciò che scrivono e pubblicano una serie di persone che ho conosciuto su FaceBook e che hanno vissuto sulla loro pelle la distruzione della loro città e lo scempio ulteriore che la politica ha compiuto sulle macerie, considerando il terremoto solo una ghiotta occasione per fare soldi. Questo flusso di informazioni che ben poco a a che fare con quello che si legge (si leggeva?) sui giornali (la televisione non ce l’ho) mi ha fatto aprire gli occhi e conoscere, almeno virtualmente, delle bellissime persone, alcune delle quali finalmente ora conoscerò di persona.
        Ti ringrazio comunque per la tua puntuale ricostruzione di quanto è accaduto; se la mafia non è riuscita a mettere le mani sulla ricostruzione allora forse non tutto è perduto. Magari con la vostra grinta… ce la farete!

  2. E’ così, quello che manca è proprio la spensieratezza con cui si viveva quella quotidiantà fatta di cose scontate, di incontri, di passi più o meno frettolosi per le vie del centro di L’Aquila o di qualunque altro paese di quelli altrettanto distrutti nel loro centro storico.
    Oggi passeggiare per il centro storico a L’Aquila è come farlo costeggiando la scenografia di un teatro che seppure riproduca fedelmente l’aspetto della città pur con le sue ferite, in realtà la rende inaccessibile;voglio dire che pure se sembra che quasi ogni cosa sia al suo posto, in realtà non puoi più entrare in nessuno dei palazzi o chiese o cortili che prima frequentavi con tanta naturalezza, tutto sembra finto e tutto questo di da’ un senso di angoscia profondo, una smania di gesti che non puoi più compiere, una sofferenza interiore come quella che provi quando hai perso qualcuno di caro a cui ti viene ogni tanto spontaneo rivolgere una domanda o un gesto complice ma non puoi più…
    Anche se tutto questo fa male credo sia importante ogni tanto tornarci ugualmente al centro, per non dimenticare ciò che era e ciò che oggi è ma neanche troppo spesso per non abituarsi a vederlo così “bendato” e arrivare a consierarlo normale!
    Antonella

  3. Giulio, è esattamente anche la mia vita quella che hai descritto….ancora ho le lacrime agli occhi.
    Marina, questi gesti “banali”, iin fondo sono la vita di tutti perché quando racconti ai tuoi figli come trascorrevi le giornate quando eri ragazza in realtà gli racconti questo e non che per andare a passeggio sotto i portici dovevi passare un presidio militare e giustificare il tuo passaggio….ma è una sensazione talmente profonda e privata che mille parole non possono materializzarla…..voi che avete uuna città vera da godere prendete spunto dalle nostre “pezze di parole” per rendervi conto di quanto siete fortunati e quando andate in centro e non trovate parcheggio non vi arrabbiate, sorridete e fatevi un altro giro che “prima o poi qualcuno se ne andrà”…perché alla fiine anche questo vi mancherà!

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