Una pezza per i Portici da Sandra Antonelli

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

Venerdì scorso avevamo lanciato “Una pezza per i Portici” per raccogliere anche le vostre “pezze di parole” dedicate ai Portici.

Abbiamo ricevuto questa “pezza” da Sandra Antonelli e, come promesso, la pubblichiamo.

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Una pezza per i Portici da Sandra Antonelli, L’Aquila

Si perdono nei più lontani ricordi, le lunghe file di colonne una dietro l’altra, nella pietra grigioperla alternata alla luce diafana della neve, o rosata della primavera.

Nei ricordi di bambina, quando da Via Roma, per mano con mamma e baldanzosa su per l’erta salita, andavo al mercato, alla Standa, in merceria a Piazza Palazzo o – raramente ma meravigliosamente – dalle Sorelle Fornari, due vecchiette raffinate che gestivano con grande signorilità il loro negozio di modiste su Corso Umberto.

Quando di corsa a perdifiato siamo andate da Ciocca Oreficeria a Piazza Palazzo, perché giocando col mercurio del termometro rotto il mio anellino e la fede nuziale di mamma erano diventati tutti neri….corsa quasi inutile: il mio anellino era svanito nel nulla e la fede di mamma salvata in extremis. Allora ho imparato che il mercurio sublima l’oro.

Quando ogni venerdì Santo andavamo tutti insieme a vedere la Processione del Cristo Morto…e poi la Perdonanza… e…. ogni scusa era buona, per andare su.

Nei ricordi – i più belli – di adolescente.

Quando prima delle 8 scendevo a capo piazza dall’autobus urbano per andare al liceo in Santa Maria di Farfa. E i Portici, quasi deserti a quell’ora, mi hanno riparato dalla pioggia, dalla neve. Ma mai dalla “bifera” (pozzin’accije) solo nostra, che frustava i vicoli del centro.

Anche adesso lo fa.

Ma non la sente nessuno.

E io non vado, per non sentirla.

Perché adesso si sente solo lei. Sinistra. Gelida. Regina macabra di ogni selciato.

I Portici fatti di corsa se l’autobus aveva tardato un po’, o c’era la neve. E attenta a non scivolare. Micidiali, se c’era la neve, così lustri e lisci.

Percorsi lentamente, guardando le vetrine, indugiando davanti agli LP di Di Bartolomeo, o i monticchietti di cioccolatini della Talmone.

Percorsi avanti e indietro ininterrottamente nei pomeriggi coi compagni di classe, tra una chiacchiera e una sigaretta, tra una risata e una sfoglia con la panna di Scataglini. E ogni gruppo aveva la sua colonna, sia sul Corso che su Via San Bernardino. E ogni colonna aveva il suo appuntamento, per ogni cosa: per il cinema, per il “club”, per il teatro o il concerto, per andare a comprare il regalo a qualcuno, per andare a studiare a casa di Maria. Per aspettare l’ora dell’autobus. E poi l’ora arrivava. E decidevi di prendere il successivo. Fino all’ultima corsa. Quella delle 20:35. Eravamo disposte anche a sentire una predica a sera, pur di rimanere ancora una “vasca”. E poi dall’autobus, che passava per il corso, fendendo il mare di teste, scrutavi i volti, i vestiti, alla ricerca di “lui”. Quello bello. Quello di cui ti eri innamorata solo incontrandolo sotto i Portici. E che non l’avrebbe mai saputo….

O quando quella volta che mi ero truccata per la prima volta a casa di Cinzia, non ti vado a incontrare papà…?!

E dove fuggire, se non sotto i Portici? Zigzagando tra una colonna e l’altra o infilando Via Tre Marie alla velocità della luce…

O quando passavamo le giornate a Piazzetta Nove Martiri, se avevamo fatto festa a scuola per non prendere tre a filosofia. Seduti sul muretto a chiacchierare e fumare.

Nei ricordi da grande. AI tempi dell’Accademia (di Belle Arti) che stava in Corso Vittorio Emanuele. E anche per andare là prendevo il bus. E scendevo sempre a capo piazza. E sempre i portici facevo, anche con la mia cartella 70×100 cm. Più grande di me, scomodissima. E poi a fine lezione andavo ad aspettare il bus per tornare a casa, alla CIT o di nuovo a capo piazza. Ore ad aspettare. Guardando la “fauna”. Ascoltando il brusìo incessante di migliaia di voci.

O durante la Fiera dell’Epifania. Quando i Portici diventavano il tunnel di fuga dalla bolgia strettissima tra una fila di bancarelle e l’altra. Per andare da Piazza Palazzo a Piazza Duomo senza metterci due ore potevi infilarti sotto i Portici, e correre, anche.

O quando dopo il lavoro a studio, con Fabrizio ogni sera c’era l’aperitivo da Nima Creperia. E poi l’autobus.

O quando mi sono innamorata del ragazzo sbagliato. E dall’autobus controllavo che la sua fidanzata stesse a spasso o ferma alla solita colonna, come ogni sera. Ed era ancora viva. Ogni sera. E qualche volta c’era pure lui, con lei.

O la volta che correndo come una matta sono uscita a proiettile sui Quattro Cantoni e mi sono letteralmente scontrata, ma forte quasi da cadere, con la mia migliore amica che a proiettile andava da Piazza Duomo all’Ospedale per la nascita del secondo nipotino. Non ci siamo neanche salutate. Ci siamo appoggiate alla colonna e abbiamo riso alle lacrime per dieci minuti.

Nei ricordi di mamma. Quando per anni ho lavorato a Kartoon, in pieno centro storico. Maledicendo quotidianamente la città senza parcheggi e asfissiata dal traffico delle ore di punta su, da e per  Viale Duca degli Abruzzi. Quando ogni mattina alle 11 il caffè si prendeva una volta al Muftì e una volta al Tropical, per non fare torto a nessuno. Quando tutti gli studenti erano i nostri migliori clienti. Quando sapevo tutto di tutto quello che succedeva in città, perché le locandine erano anche da noi. Quando ogni festa in discoteca la sapevamo in anteprima, perché eravamo noi a stampare gli inviti. Quando raccoglievamo i soldi per Emergency o Action Aid con la scatoletta di cartone sotto il nostro albero di Natale speciale. O raccoglievamo firme contro le pellicce, contro la guerra, contro le baleniere, contro i bambini soldato, contro le violazioni dei diritti umani. E ogni mattina era buona per andare – percorrendo i Portici – in Piazza al mercato. Fosse anche solo per due etti di mortadella, o un chilo di arance. O una maglia da tre euro di Rocco.

E la nostra strada, i tossici alla cantina (oggi mi mancano pure quelli…), l’eclissi di sole guardata attraverso un pezzetto di pellicola per i timbri.

Un centro storico vissuto intensamente, con le viscere attaccate ai sampietrini. Tutta la mia vita su quei sampietrini. E non solo la mia.

E quelli non si sono staccati, né rotti, né dispersi. Sono ancora là. Siamo ancora là. Tutti.

Non si direbbe, eh?

Il rimpianto più grande è che mia figlia non li vivrà, questi momenti. Lei si ricorderà solo un’adolescenza orrenda. Fatta di macerie, in tutti i sensi. Lei si ricorderà solo voci e suoni di centri commerciali e McDonalds.

Lei che già vive nell’era degli SMS e non delle parole e degli sguardi. Lei che passeggia su Facebook e non sui sampietrini.

Lei non ha una città da vivere come l’ho avuta io.

E non avrà questa città da ricordare.

Né da aspettare.

»

  1. profonda nella propria storia, nel proprio intimo.

    Venire a L’Aquila
    e non passare per i Portici era come non esserci venuta per niente,
    il passeggio significa sicuramente un caffè
    e sentire i brividi di freddo
    qualsiasi stagione fosse.
    Un sorriso,
    partiva per la furbizia dei cagnoni bianchi
    distesi lì
    nell’attesa dei tiepidi raggi del sole.

    Francesca Romana

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