Archivi tag: pezza

Mettiamoci Una Pezza al parco giochi di San Bernardino

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Foto dell’azione di urban knitting nel parco giochi di piazza San Bernardino

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La storia delle pezze di Pompieri senza frontiere

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Gabriella Pernaci (Scuola Media Vivaldi – Torino) e  Michele Sforza (Pompieri Senza Frontiere) ci hanno segnalato  un bellissimo video di loro produzione che racconta la storia delle 107 pezze che ci hanno inviato. E’ una testimonianza preziosa di come “Mettiamoci una pezza”, sia stato un progetto che ha messo in moto non solo la solidarietà per L’Aquila, che già è un risultato straordinario a tre anni dal sisma, ma soprattutto ha dato l’occasione di scambi ed incontri alle persone che hanno condiviso il nostro appello. Sarebbe bello raccogliere insieme a tutti voi le storie delle pezze che ci avete inviato e che, in parte, già trapelano dai messaggi allegati nei pacchetti. Che ne dite, ci mettiamo delle storie alle nostre pezze?

Mettiamoci una pezza from Pompieri Senza Frontiere on Vimeo.

Foto dell’allestimento di “Mettiamoci Una Pezza! una città ai ferri corti”

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Una selezione delle foto dell’allestimento del 5 aprile, by Marco D’Antonio per Animammersa

Le pezze per la Casina dei Ricordi di Viareggio

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La mattina del 6 Aprile abbiamo regalato a Daniela Rombi, presidente dell’Associazione vittime di Viareggio “Il Mondo Che Vorrei” ONLUS, due lunghe “sciarpe” che andranno nella “ Casina dei Ricordi”, dove si trovano i tanti oggetti donati quali testimoni della solidarietà espressa all’associazione da tutta Italia.

E’ stato un onore per noi incrociare la loro strada e poter condividere e ribadire il messaggio legato alla prevenzione delle catastrofi che rappresenta uno dei temi di lavoro scelti dall’Associazione  Culturale Animammersa e presente anche nel progetto Mettiamoci una Pezza.

La strage annunciata, sia per Viareggio sia per L’Aquila, che pretende giustizia e verità, ci rendeva vicini. Ora siamo presenti noi insieme a voi che ci avete donato le pezze, in quel luogo che quotidianamente richiama la nostra coscienza a non sopirsi e a mantenere alta l’attenzione e la denuncia nei confronti delle tante, troppe, stragi che rischiano di non avere un colpevole.

55 pezze per gli studenti vittime del sisma del 6 aprile 2009

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le transenne davanti alla casa dello Studente a L'Aquila

le transenne davanti alla casa dello Studente a L'Aquila

Questa mattina abbiamo ricevuto da parte di Antonietta Centofanti, promotrice e presidente del Comitato Familiari Vittime della Casa dello Studente, l’adesione al nostro progetto Mettiamoci una Pezza – una città ai ferri corti.

In ricordo di tutti gli studenti morti a causa del sisma del 6 Aprile 2009 abbiamo scelto 55 pezze, questo purtroppo è l’alto numero delle vittime, tra le tante che da tutta Italia e non solo stanno arrivando, le abbiamo cucite insieme e le metteremo sulle transenne della Casa dello Studente.

La vicinanza, il calore, l’attenzione e la solidarietà, sentimenti  che in molti hanno voluto esprimere attraverso il lavoro di creazione della propria pezza saranno così presenti anche tra quelle macerie che tutti i giorni urlano il ricordo di quelle vite spezzate.

55 saranno anche i fiori donateci che consegneremo ai familiari e che loro legheranno ad ogni pezza di quella coperta.

Esprimendo la sua adesione  il Comitato Familiari Vittime della Casa dello Studente ha voluto condividere il messaggio contenuto nel nostro progetto e rivolto a tutti: manteniamo viva l’attenzione, reagiamo e tessiamo insieme il nostro futuro.

Grossman: L’Aquila senza colori

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Grossman: L'Aquila senza colori - articolo di Giustino Parisse su Il Centro - 28 marzo 2012

Grossman: L'Aquila senza colori - articolo di Giustino Parisse su Il Centro - 28 marzo 2012

Questa mattina Il Centro pubblica un articolo di Giustino Parisse, giornalista aquilano, che ci ha lasciato di sasso per lo stupore e per la soddisfazione.

Nella giornata di ieri il famoso scrittore israeliano David Grossman ha visitato il centro storico della città e quando gli hanno chiesto la sua impressione ha dichiarato: “…ho visto una storia senza colori, che mi ricorda le foto in bianco e nero, quando manca la gente manca il colore e c’è solo il vuoto“.

Per spiegare il nostro progetto abbiamo usato quasi le stesse parole “Togli le persone che ci abitano, che entrano nei negozi, che frequentano gli uffici, che fanno la spesa alle bancarelle del mercato quotidiano, togli i negozi, gli uffici, le banche…Togli, togli, togli e ottieni il vuoto….Niente vita, niente colore, ed in questo centro storico non c’è niente di più vero.

Impressionante come la nostra intuizione abbia un così forte riscontro nella straordinaria sensibilità di uno scrittore così attento all’umanità e ai suoi dolori. Una conferma importante per Animammersa, la conferma di aver saputo leggere la realtà di questa città, la conferma della nostra denuncia, la conferma che il tentativo di Mettiamoci una pezza di riportare il colore nel nostro centro storico è proprio una reazione al grigio e al vuoto che non sopportiamo più, noi Aquilani come David Grossman.

Una pezza per i Portici da Maria Luisa Serripierro

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

Sono una “centrarola”. Per me la città comincia alla Fontana Luminosa e finisce alla Villa Comunale. E che volete…sono nata a Porta Leone, elementari a San Bernardino, medie alla Fontana Luminosa, liceo sotto i Portici, politica per il Corso, trasgressioni al vicolo del circoletto….che volete, i Portici e le sue colonne erano la ribalta. Ci arrivavo dai vicoli laterali come un attore quando esce dalla quinta e si trova a calpestare il palcoscenico.

Il mio palcoscenico da ragazza.

Timidissimi, a fare da nascondiglio a un amore non corrisposto. Arrabbiati, come sfondo di assemblee e manifestazioni e volantini e zoccoli e gonne a fiori e diffusione di stampa. E quando la digos passava e inquadrava tutte le facce nostre, sfrontati, appoggiati alla colonna all’angolo.

Mi piace percorrerli nella metà illuminata dal sole.

Ombelico pulsante, ritmato dal divieto dei miei genitori di frequentarli dopo le sette di sera e dalla mia testarda disobbedienza a quel divieto, quando scendeva la sera e tutta si accendeva, la vita assopita della provincia, un barlume di piccola, piccolissima mondanità da adolescente.

Allora erano anziani, autobus di linea (solo due, il 2S e il 2D), taxi, studenti, nullafacenti, signore a far la spesa. I tavolini del bar Scataglini, le bavaresi e i tramezzini con il fazzoletto umido sopra, per non far alzare gli angoli. Il Tambo. La chinetta a Centofanti.

Adesso non li guardo più, non li rifletto, non mi piace ricordare com’era prima. Vedo e non guardo la plastica da cantiere, i puntellamenti e tutto il resto.

Ma penso con un sorriso che nel 2010, da “adultaragazza” di mezza età, dopo il terremoto, fra le ferite e le macerie, sotto i Portici all’altezza del vecchio bar, nasceva in una sera di settembre, inaspettata, la mia nuova vita.

Un piccolo palco, ancora.

Una pezza per i Portici da Sandra Antonelli

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I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

I Portici - Virtual urban knitting by D. Giagnacovo

Venerdì scorso avevamo lanciato “Una pezza per i Portici” per raccogliere anche le vostre “pezze di parole” dedicate ai Portici.

Abbiamo ricevuto questa “pezza” da Sandra Antonelli e, come promesso, la pubblichiamo.

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Una pezza per i Portici da Sandra Antonelli, L’Aquila

Si perdono nei più lontani ricordi, le lunghe file di colonne una dietro l’altra, nella pietra grigioperla alternata alla luce diafana della neve, o rosata della primavera.

Nei ricordi di bambina, quando da Via Roma, per mano con mamma e baldanzosa su per l’erta salita, andavo al mercato, alla Standa, in merceria a Piazza Palazzo o – raramente ma meravigliosamente – dalle Sorelle Fornari, due vecchiette raffinate che gestivano con grande signorilità il loro negozio di modiste su Corso Umberto.

Quando di corsa a perdifiato siamo andate da Ciocca Oreficeria a Piazza Palazzo, perché giocando col mercurio del termometro rotto il mio anellino e la fede nuziale di mamma erano diventati tutti neri….corsa quasi inutile: il mio anellino era svanito nel nulla e la fede di mamma salvata in extremis. Allora ho imparato che il mercurio sublima l’oro.

Quando ogni venerdì Santo andavamo tutti insieme a vedere la Processione del Cristo Morto…e poi la Perdonanza… e…. ogni scusa era buona, per andare su.

Nei ricordi – i più belli – di adolescente.

Quando prima delle 8 scendevo a capo piazza dall’autobus urbano per andare al liceo in Santa Maria di Farfa. E i Portici, quasi deserti a quell’ora, mi hanno riparato dalla pioggia, dalla neve. Ma mai dalla “bifera” (pozzin’accije) solo nostra, che frustava i vicoli del centro.

Anche adesso lo fa.

Ma non la sente nessuno.

E io non vado, per non sentirla.

Perché adesso si sente solo lei. Sinistra. Gelida. Regina macabra di ogni selciato.

I Portici fatti di corsa se l’autobus aveva tardato un po’, o c’era la neve. E attenta a non scivolare. Micidiali, se c’era la neve, così lustri e lisci.

Percorsi lentamente, guardando le vetrine, indugiando davanti agli LP di Di Bartolomeo, o i monticchietti di cioccolatini della Talmone.

Percorsi avanti e indietro ininterrottamente nei pomeriggi coi compagni di classe, tra una chiacchiera e una sigaretta, tra una risata e una sfoglia con la panna di Scataglini. E ogni gruppo aveva la sua colonna, sia sul Corso che su Via San Bernardino. E ogni colonna aveva il suo appuntamento, per ogni cosa: per il cinema, per il “club”, per il teatro o il concerto, per andare a comprare il regalo a qualcuno, per andare a studiare a casa di Maria. Per aspettare l’ora dell’autobus. E poi l’ora arrivava. E decidevi di prendere il successivo. Fino all’ultima corsa. Quella delle 20:35. Eravamo disposte anche a sentire una predica a sera, pur di rimanere ancora una “vasca”. E poi dall’autobus, che passava per il corso, fendendo il mare di teste, scrutavi i volti, i vestiti, alla ricerca di “lui”. Quello bello. Quello di cui ti eri innamorata solo incontrandolo sotto i Portici. E che non l’avrebbe mai saputo….

O quando quella volta che mi ero truccata per la prima volta a casa di Cinzia, non ti vado a incontrare papà…?!

E dove fuggire, se non sotto i Portici? Zigzagando tra una colonna e l’altra o infilando Via Tre Marie alla velocità della luce…

O quando passavamo le giornate a Piazzetta Nove Martiri, se avevamo fatto festa a scuola per non prendere tre a filosofia. Seduti sul muretto a chiacchierare e fumare.

Nei ricordi da grande. AI tempi dell’Accademia (di Belle Arti) che stava in Corso Vittorio Emanuele. E anche per andare là prendevo il bus. E scendevo sempre a capo piazza. E sempre i portici facevo, anche con la mia cartella 70×100 cm. Più grande di me, scomodissima. E poi a fine lezione andavo ad aspettare il bus per tornare a casa, alla CIT o di nuovo a capo piazza. Ore ad aspettare. Guardando la “fauna”. Ascoltando il brusìo incessante di migliaia di voci.

O durante la Fiera dell’Epifania. Quando i Portici diventavano il tunnel di fuga dalla bolgia strettissima tra una fila di bancarelle e l’altra. Per andare da Piazza Palazzo a Piazza Duomo senza metterci due ore potevi infilarti sotto i Portici, e correre, anche.

O quando dopo il lavoro a studio, con Fabrizio ogni sera c’era l’aperitivo da Nima Creperia. E poi l’autobus.

O quando mi sono innamorata del ragazzo sbagliato. E dall’autobus controllavo che la sua fidanzata stesse a spasso o ferma alla solita colonna, come ogni sera. Ed era ancora viva. Ogni sera. E qualche volta c’era pure lui, con lei.

O la volta che correndo come una matta sono uscita a proiettile sui Quattro Cantoni e mi sono letteralmente scontrata, ma forte quasi da cadere, con la mia migliore amica che a proiettile andava da Piazza Duomo all’Ospedale per la nascita del secondo nipotino. Non ci siamo neanche salutate. Ci siamo appoggiate alla colonna e abbiamo riso alle lacrime per dieci minuti.

Nei ricordi di mamma. Quando per anni ho lavorato a Kartoon, in pieno centro storico. Maledicendo quotidianamente la città senza parcheggi e asfissiata dal traffico delle ore di punta su, da e per  Viale Duca degli Abruzzi. Quando ogni mattina alle 11 il caffè si prendeva una volta al Muftì e una volta al Tropical, per non fare torto a nessuno. Quando tutti gli studenti erano i nostri migliori clienti. Quando sapevo tutto di tutto quello che succedeva in città, perché le locandine erano anche da noi. Quando ogni festa in discoteca la sapevamo in anteprima, perché eravamo noi a stampare gli inviti. Quando raccoglievamo i soldi per Emergency o Action Aid con la scatoletta di cartone sotto il nostro albero di Natale speciale. O raccoglievamo firme contro le pellicce, contro la guerra, contro le baleniere, contro i bambini soldato, contro le violazioni dei diritti umani. E ogni mattina era buona per andare – percorrendo i Portici – in Piazza al mercato. Fosse anche solo per due etti di mortadella, o un chilo di arance. O una maglia da tre euro di Rocco.

E la nostra strada, i tossici alla cantina (oggi mi mancano pure quelli…), l’eclissi di sole guardata attraverso un pezzetto di pellicola per i timbri.

Un centro storico vissuto intensamente, con le viscere attaccate ai sampietrini. Tutta la mia vita su quei sampietrini. E non solo la mia.

E quelli non si sono staccati, né rotti, né dispersi. Sono ancora là. Siamo ancora là. Tutti.

Non si direbbe, eh?

Il rimpianto più grande è che mia figlia non li vivrà, questi momenti. Lei si ricorderà solo un’adolescenza orrenda. Fatta di macerie, in tutti i sensi. Lei si ricorderà solo voci e suoni di centri commerciali e McDonalds.

Lei che già vive nell’era degli SMS e non delle parole e degli sguardi. Lei che passeggia su Facebook e non sui sampietrini.

Lei non ha una città da vivere come l’ho avuta io.

E non avrà questa città da ricordare.

Né da aspettare.