E sì, una pezza ai Portici dell’Aquila va messa. Ma una pezza bella grande e importante.
Come si faceva una volta, e qualcuno fa ancora, di mettere un centrino importante su un tavolo che magari non è più lucido e ha pure qualche buchetto di tarlo. Un centrino a riportare lo sguardo su qualcosa, evidentemente importante, indipendentemente dallo stato fisico del ‘cosa’. E con un vaso sopra, di fiori o di frutta, o di caramelle.
I Portici dell’Aquila servivano a riconoscersi.
A seconda dell’ora della giornata, spartivano i cittadini lungo il Corso in categorie e gruppi. Una funzione tutt’altro che estetica, un gioco sociale al quale nessuno sfuggiva. Regole implicite, dettate con semplicità dalla banale frequentazione quotidiana del centro storico e della sua via principale.
Sotto i Portici camminavano più donne che uomini, più famiglie con bambini che single, più anziani che giovani, più bambini che ragazzi. Quelli che avevano più fretta se era dopo le sette della sera, quelli che ne avevano meno se era di mattina. Quelli senza l’ombrello, quelli non ancora temprati al vento perennemente incanalato lungo il Corso, quelli più pensierosi, quelli che ancora non conoscevano le regole del gioco e temevano di sbagliare. Gli altri i Portici li fiancheggiavano, invadendo la strada, tenendo sempre d’occhio tra una colonna e l’altra chi ci fosse in giro.
Adesso sotto i portici fasciati, ingabbiati, irretiti tra tubi e teli di cantiere camminano i turisti, gli aquilani preferiscono la via larga e aperta e raramente gettano lo sguardo alle colonne. Tanto in giro non c’è nessuno da riconoscere.
Ci serve la pezza più colorata che c’è.

…è proprio così!!!